Pensando a questi ultimi anni, a questo nuovo millenio, instabile, saturo di un gusto finto, e cosi’ falsamente raccontato dai media italiani, mi è tornata alla mente un’espressione a mio parere molto efficace generata dal talento di Tom Wolfe ne il suo “Back to Blood”.

Nel suo Falò delle Vanità, Wolfe, genera un concetto molto intrigante e potente sul piano evocativo (che poi diventerà un libro nel 1987): quando la crosta dell’ipocrisia, della vanagloria, della finzione socialmente accettata si spezza si ha un improvviso ‘ritorno al sangue’ ovvero l’irresistibile risucchio verso la propria comunità d’origine, la propria parrocchia, la propria famiglia come estremo rifugio. Tutto ciò coincide con la caduta della certezza di stare davvero desiderando qualche cosa di intimamente legato alla nostra natura.

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Tom Wolfe

Alle volte mi pare di riuscire ancora ad udire gli echi di quella New York reganiana, diffusi analogicamente nel mondo degli anni ’80, che tanto hanno influenzato la nostra cultura europea, italiana in particolare. L’europa di quegli anni ’80, sanguinante di sciovinismo ferito per la perdita di tutti i suoi primati, era stata costretta ad abbracciare l’idea narcisistica/onnipotente dello sfruttamento delle occasioni economiche, della negazione che alcuni atti della finanza avrebbero insterilito il mondo su più piani, culturale, ecologico, di valori. Da allora le scelte sono state fatte con passioni tutte di traverso, non sgorganti dall’anima ma mediate dallo squallido principio del “perchè no?“: nessun altro fondamento etico ha preso il posto della religiosità dilaniata dall’edonismo e dall’ambivalenza dell’uomo verso i suoi simili. Lo sanno gli psicoanalisti che il ‘perchè no?’ è il principio della perversione.

Comunemente il concetto di perversione viene associato con ciò che gli uomini fanno di stravagante nella loro sfera sessuale, in maniera piu’ ampia possiamo parlare di perversione quando neghiamo il nostro limite, la nostra finitezza – e di conseguenza ignoriamo la fragilita’ o se vogliamo la delicatezza del nostro mondo e della nostra affettività.

Il “Back to Blood” avviene quando si prende consapevolezza di una identità posticcia, definita e scelta a priori, non basata sul vero desiderio, ovvero sulla capacità, sempre più rara, di desiderare davvero qualche cosa.

E’ l’esperienza del “radical chic“, espressione sempre coniata da Tom Wolfe e destinata a divenire planetaria, che riguarda lo sperimentare stati d’animo ed esperienze di vita ortogonali al proprio retaggio socio-culturale, forse solo per danneggiare la dipendenza da esso ma senza liberarsene mai completamente. Sul versante opposto l’allucinazione del “melting pot”, il crogiolo dove si fondevano le razze e gli strati sociali diversi, si stà raffreddando rapidamente dagli anni ’90, soprattutto perchè il modello jeffersoniano di società costruito sul lavoro, sulla disciplina, sul rispetto delle regole, o sulla scalata sociale, è stato giustiziato dalla storia degli ultimi anni. Un italiano a Londra o a New York potrebbe non avere più nessun motivo specifico per cercare di adeguarsi ad un modello che non serve più ad avere un successo, inteso in senso “assoluto”, in stile ’80.

A cosa servirà questo eventuale ‘back to blood’?

Solamente a proteggersi dalla paura tramite la regressione?

Nulla di più lontano da questa visione deprimente. Forse la necessità è quella di capire nel sangue, e di cercare nelle radici la nostra vera essenza per capire cosa desideriamo davvero. Quando il contenuto del nostro desiderio è prodotto artificiosamente ‘per reazione’ come spunto aggressivo proprio contro il ‘sangue’ e le ‘radici’, è proprio allora che esso non ha più nulla a che fare con quel concetto che Jacques Lacan chiamava “il risveglio di primavera” dello spirito di donne e uomini. Quando il desiderio non è autentico getta le basi per un modo di concepire l’esistenza per reazione e, di conseguenza, lontano dalla ricerca della verità. Perlomeno della propria.

Come facciamo a riconoscere il desiderio dentro di noi? e negli altri? Sicuramente allontanandoci dagli stereotipi, da ciò che ci impedisce di assecondare la nostra natura in questo luogo, in questo tempo. Il vero desiderio, come il vero amore, è imprevisto, lontano dalle aspettative, fuori da tutti i calcoli fatti prima, spesso impuro e contaminato; screziato da elementi che abbiamo amato/odiato quasi atavicamente, espressione dell’ambivalenza che caratterizza la “cosa reale”. L’affascinante metafora del “back to blood“, per chi la sperimenterà, potrebbe portare i suoi frutti in questa riscoperta…

 

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Mi chiamo Valerio Rosso e sono un medico, psichiatra e psicoterapeuta ad orientamento psicoanalitico. Alcune persone mi conoscono anche come blogger o come musicista (…cercatemi su iTunes). La mia vita ruota attorno a molte cose: le neuroscienze, la psicoanalisi, la pedagogia ed il tema della formazione dell’Uomo, ma anche la musica ed il motociclismo nel mio tempo libero.
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