Sul mitologico svenimento di Sigmund  Freud, avvenuto al Park Hotel di Monaco il 24 novembre 1912, si è a lungo speculato e scritto in psicoanalisi.

Questo svenimento avvenne nel momento culminante del tentativo di riconciliazione con Jung, dopo una famosa passeggiata tra i boschi. Freud era riuscito a rovesciare a suo vantaggio l’accusa vittimistico-persecutoria di Jung sul “gesto di Kreuzlingen”, cioè sull’equivoco dell’incontro preannunciato, ma non avvenuto, tra Freud e Jung, in occasione del viaggio di Freud per visitare l’amico Binswanger. Jung “dovettè riconoscere” di aver trascurato di guardare l’arrivo della corrispondenza. La situazione emotiva, determinante lo svenimento, sembra essere stata la discussione, svoltasi tra i due durante il pranzo, riguardante il saggio di Abraham sul faraone Amenophis IV-Akenaton.

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Cosa successe poco prima dello svenimento? Nel momento preciso in cui Freud ricordò che Amenophis aveva graffiato via il nome del padre dai monumenti, Jung rispose con veemenza: “Ma Lei non può squalificarlo solo per quello. Fu il primo cristiano monoteista. Era un genio grandioso [……]. Che abbia cancellato il nome del padre, non è ciò che maggiormente può importare”. Qui, il diverbio avviene su due piani diversi: Jung ha ragione nel difendere il significato storico-culturale di Amenophis, ma egli si interessa ai contenuti, mentre sembra essere del tutto cieco al significato simbolico del discorso, e all’importantissimo “hic et nunc” relazionale. Freud invece è consapevole degli aspetti psicologici della discussione con Jung. E un esempio questo di quanto massiccio fosse il blocco conscio-preconscio, tipico dell’isteria, in Jung. Alle numerose citazioni precedenti di aforismi nietzscheani sull’inevitabilità e desiderabilità, che padri e maestri lascino che figli e allievi li sostituiscano (ovvero che, metaforicamente, li uccidano…), si aggiunse, quindi, questa affermazione finale, vigorosa e tagliente, di Jung sulla cancellazione del nome del padre.

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La Famiglia d’origine di Sigmund Freud al completo

Fu proprio in occasione dello svenimento che cominciò a serpeggiare tra gli allievi (Jones, Ferenczi e altri) il sospetto sull’omosessualità latente di Freud, il quale, per la verità, era incline a una simile spiegazione. Si è parlato anche dell’improvviso ritorno nella mente di Freud della morte rimossa del fratello Julius, morte desiderata, secondo la confessione dello stesso Freud. Non è stato notato, tuttavia, che le prime due lettere di Julius corrispondono a quelle di
Jung…

svenimento-freudSe la morte del fratello ha, sicuramente, il significato di un trionfo narcisistico di Freud, mascherato e minato dal senso di colpa, il trionfo momentaneo su Jung a Monaco fu, invece, smantellato e abbattuto dal ritorno battagliero del fìglio-fratello redivivo, nelle vesti di un rivale che vuole rivincita. In una situazione come questa, a me sembra si addica l’identificazione emblematico-mitologica di Freud con Macbeth, autore di numerosi ed efferati delitti, ma vittima di uno schiacciante senso di colpa e della inescappabile vendetta per mano di Macduff. In Freud, la psicologia profonda dello svenimento corrisponde, simmetricamente, al significato dell’attacco di Jung: abbattimento del padre/rivale – svenimento, come morte simulata. Lo svenimento di Freud è il risultato della somma convergente delle componenti libidico-aggressive: sviene come una donna isterica, e cade come un Re colpito in combattimento. Tuttavia, queste spiegazioni non esauriscono completamente i signifìcati profondi dell’evento, che aveva, tra l’altro, la forma di una coazione a ripetere (sembra essere stato il terzo svenimento di Freud, evocazione delle cadute di Cristo sulla via del Calvario). Il pezzo mancante che completa il quadro del puzzle è deducibile dall’analisi dei doppi ruoli. Per spiegare la madornalità della reazione di Freud non sono sufficienti, ne il ritorno feroce del rivale, ne l’esuberanza baldanzosa del fìglio-amante, a meno che non si prendano in seria considerazione in psicoanalisi le problematiche dei doppi ruoli. Nel paragrafo “Coloro che soccombono al successo” del capitolo “Dal carattere alla persona” nel Trattato di Psicoanalisi a cura di A. A. Semi, viene messo in evidenza che la motivazione fondamentale, che spiega l’insuccesso, è implicita, inscritta per cosi dire, nel ruolo che si ambisce ad assumere, poiché questo ruolo è già minato e debellato nella mente del “conquistatore”!

Ho scelto deliberatamente questa parola, cosi spesso usata da Freud, per sottolineare il proprio atteggiamento dominante nella vita, al fine di rendere plastico ed evidente il rovesciamento immediato dei ruoli, avvenuto nella mente del fondatore della psicoanalisi, proprio un momento prima dello svenimento: il conquistatore baldanzoso diventa l’altro, mediante l’identifìcazione proiettiva di se stesso, figlio e giovane avventuriero, e l’identificazione, immediata e soggettiva, con il ruolo attaccato, perciò minato e decadente, del padre. Noi possiamo, dunque, considerare lo svenimento di Freud come la manifestazione di un’autosconfìtta, basata sull’introiezione di un ruolo e sulla proiezione dell’altro, facente parte di un unico sistema: “Sull’ingannator cascò l inganno”. A conferma di questa interpretazione ricordo che Jones udì Freud esclamare, mentre giaceva steso su un divano del Park Hotel: “Dev’essere ben dolce morire”. Freud chiude gli occhi e sviene.

 

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Mi chiamo Valerio Rosso e sono un medico, psichiatra e psicoterapeuta ad orientamento psicoanalitico. Alcune persone mi conoscono anche come blogger o come musicista (…cercatemi su iTunes). La mia vita ruota attorno a molte cose: le neuroscienze, la psicoanalisi, la pedagogia ed il tema della formazione dell’Uomo, ma anche la musica ed il motociclismo nel mio tempo libero.
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