Aspetti
Psicologici
Almeno il 40% dei fumatori italiani pensa di smettere di
fumare ed il 20% ci prova ma solo nel 2-3% all’anno
riescono autonomamente a smettere di fumare. Sul lungo
termine la percentuale di successi sale al 7% nei fumatori
che intraprendono un tentativo di smettere da solo. Tutte
le tecniche utilizzate nelle metodologie per la
disassuefazione da fumo di tabacco non possono prescindere
quindi da questa realtà scientifica e cioè che il tabagismo
è anche dipendenza chimica da nicotina (41) oltre che da
fumo di tabacco che innesca e mantiene la componente
psicocomportamentale. Oggi, epoca in cui il meccanismo
della dipendenza da nicotina è ormai conosciuto e la
psicologia è una scienza affermata, ci si è resi conto che
ci sono dei meccanismi emotivi e comportamentali che
favoriscono l’abitudine e che la nicotina induce una
dipendenza farmacologica, al pari di altre sostanze
psicotrope.
L’importanza della dipendenza alla nicotina nella
disassuefazione è evidente, ma non dovrebbe essere
eccessivamente sovrastimata per non rischiare di
sottovalutare altre componenti psico-comportamentali che
intervengono nel tabagismo. La grande maggioranza dei
fumatori che hanno smesso nel passato lo ha fatto senza
ricorso né a terapie, né a medicamenti, né a sostituti
nicotinici. Da circa 20 anni negli USA, almeno 30 milioni
di fumatori hanno smesso di fumare da soli. Nella gran
parte dei fumatori gli effetti psicoattivi del tabacco
creano una dipendenza fisica (di cui la sola documentata è
la dipendenza dalla nicotina ma si presume che altre decine
di addittivi presenti nelle sigarette possano dare il loro
contributo in termini di dipendenza) e un condizionamento
comportamentale. Certi fumatori hanno delle difficoltà ad
arrestare la dipendenza fisica, altri hanno più difficoltà
a combattere il condizionamento psicologico che può durare
a lungo anche dopo la scomparsa di sintomi fisici dello
stato d’astinenza (42). Altri soccombono piuttosto ad una
influenza sociale favorevole al tabacco,che mina le
fondamenta della disassuefazione.
Nel pensare al concetto di dipendenza,dovremmo ricordare
che essa si caratterizza fondamentalmente come “relazione”
patologica con una persona, una sostanza o un
comportamento. Gli approcci più attuali alla medicina delle
dipendenze hanno,per esempio,evidenziato come questa
patologia può instaurarsi anche in assenza di sostanze
esogene che agiscano sul cervello. Basti pensare alla
dipendenza da gioco d’azzardo o da videogiochi. Molti
modelli interpretativi del tabagismo tendono a individuare
il fumo come un “sintomo”, l’espressione di un disagio o di
una strategia di adattamento a situazioni di difficile
gestione, tra cui elevati livelli di conflittualità
interiore o nelle relazioni con gli altri. Diverse ricerche
hanno evidenziato la maggiore frequenza di disturbi
d’ansia, depressivi o – comunque – del tono dell’umore,
minore capacità di coping, più bassa autostima e
autoefficacia nei forti tabagisti. Dobbiamo, in sintesi
sottolineare che:
1) Fumatori non si nasce, ci si diventa, spesso da ragazzi,
quasi sempre per rispondere (ancor prima che la dipendenza
nicotinica sia instaurata) ad un bisogno di sicurezza. Si
diventa fumatori, nell’80% dei casi circa, prima dei 18
anni. Si inizia a fumare per sentirsi adulti e capaci di
gestire situazioni di difficoltà relazionale. Il fumo è,
nell’adolescente, un modo per sviluppare un senso di
identità, accettarsi ed accettare le mutazioni del proprio
aspetto fisico.
2) Il fumo si trasforma,poi,in un forte strumento di
piacere-gratificazione orale, usato per gestire o connotare
situazioni tipiche:concentrarsi meglio,concedersi una
pausa, scaricare la tensione nervosa, rilassarsi…Il piacere
è sicuramente uno degli stimoli primari per l’uomo, capace
di funzionare come attrazione e come ricompensa in
situazioni molto diverse tra loro. La gratificazione da
nicotina è concettualmente una cosa semplice, versatile,
funzionale. Si adatta bene a strutturare meccanismi di
compensazione o risarcimento psicologico, che in ogni
persona possono essere legati a situazioni ed eventi
diversi.
3) La gratificazione da fumo può finire per diventare, in
taluni casi, la sostituzione di abilità comunicative, la
scorciatoia per rassicurarsi, placare l’ansia, le
difficoltà quotidiane, la risposta surrogata a bisogni veri
in ambiti più svariati tra cui la ricerca di un senso alla
propria esistenza.
Senza comprendere questi aspetti del tabagismo sarà
difficile riuscire a curarlo, pensando ad esso
semplicemente come una “cattiva abitudine”. Un approccio
che tenga conto degli aspetti psicologici fornisce,
inoltre, gli strumenti per interpretare le difficoltà del
fumatore che sta smettendo e il percorso di elaborazione
del lutto che è costretto a percorrere. L’abbandono del
fumo può essere più o meno difficile del previsto: le
risposte sono molto individuali.Esistono dei test per
valutare l’importanza della dipendenza nicotinica (test di
Fagerström) o per prevederla (test di Horn),ma è
estremamente difficile predire chi riuscirà e chi no a
smettere di fumare con facilità. Qualsiasi progeamma di
disassuefazione che non tenga conto sia degli aspetti
neurochimici che di quelli psicologici della dipendenza da
fumo rischia di essere inefficace e di esitare in un
fallimento. Oltre a ciò, i medici sono estremamente tentati
di riconoscere e di fare una scelta in favore dei soli
pazienti fumatori che sono pronti a smettere e di quelli
che hanno bisogno di un aiuto (donne incinte e pazienti con
sintomi cardio-respiratori)
Le
motivazioni a smettere ed il processo del cambiamento
È praticamente quasi impossibile fare smettere
un fumatore che non è motivato a farlo. E la motivazione
non è facilmente inducibile informando un paziente, per
esempio, dei danni prodotti dal fumo. Nonostante sia
necessario utilizzare al meglio tutte le occasioni per
informare i fumatori, è necessario adottare strategie più
adatte allo stadio motivazionale in cui si
trovano,valutando attentamente i risvolti emozionali che la
comunicazione produce. Non si deve intervenire con tutti
allo stesso modo e non tutti sono allo stesso punto del
loro percorso decisionale. Uno strumento di analisi della
motivazione al cambiamento molto semplice è costituito dal
cosiddetto modello transteoretico di Prochaska e
DiClemente. Secondo questa teoria, una persona che fuma
passa da diverse fasi: A non ha alcun
interesse a smettere di fumare (fase di
pre-contemplazione) B pensa alla
possibilità di poterlo fare (fase di
contemplazione) C fase della
preparazione,in cui comincia a pensare strategie e tempi
per smettere; D considera poi di mettere
in atto un tentativo coerente di smettere, fase
dell’azione, limitata nel tempo, e finalizzata a
raggiungere l’obiettivo. E Segue infine ad un’ulteriore
fase, quella del mantenimento,in cui cerca di mantenere lo
stato di astinenza. La maggior parte dei pazienti compie
numerosi tentativi di smettere di fumare prima di riuscire
nell’intento; dunque, la ricaduta è da considerare una
componente normale del processo di disassuefazione, come
evidenzia lo schema che riprende quello di Prochaska e
DiClemente.