Cinema e Psichiatria: il cinema è sempre stato intrecciato profondamente con la psichiatria.

Possiamo dire che sia il cinema, sia la psichiatria sono entrate nella loro età adulta durante lo stesso periodo ed hanno condiviso molte tematiche: l’attenzione sul pensiero umano, le emozioni, il comportamento e le motivazione profonde che ci spingono a vivere.

Ma non è sempre stato un rapporto privo di conflitti. Molte pellicole hanno indotto gli spettatori a travisare alcuni disturbi psichiatrici, o ad idealizzare e poi a svalutare sia pazienti che medici. E anche se alcuni psichiatri “puristi” potranno sussultare per questa affermazione, credo che sia indubbio che il cinema, la vera forma d’arte del ‘900, ha avuto un ruolo fuori misura nel plasmare la  comprensione collettiva della malattia mentale tramite il suo potere metaforico. Questa raccolta di film ha lo scopo di fornire una panoramica di come le raffigurazioni cinematografiche di alcune condizioni psichiatriche e dei loro trattamenti riescano a raccontare con straordinaria precisione la loro evoluzione nel corso del tempo.

 

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“M” -Il mostro di Düsseldorf (1931)

I film hanno da sempre favorito storie cruenti e di malattie mentali con manifestazioni violente. Anche se non è il primo film a rappresentare un serial killer, M – Il Mostro di Düsseldorf è certamente tra i pochi del suo tempo a prendere sul serio, potremmo dire in maniera scientifica, la tematica. La “M” del titolo sta per “Murderer (assassino)”, in questo caso un assassino di bambini, i cui crimini scioccante attirano l’attenzione della polizia di Berlino. Peter Lorre è Hans Beckert, un assassino seriale che probabilmente è un pedofilo sadico, che uccide bambine. Per proteggere i loro interessi economici, i criminali della città lavorano insieme alla Polizia per catturare l’assassino e poi processarlo in un tribunale illegale. Entrare nel mondo di M significa sprofondare in una regione cinematografica di pura e rara bellezza, di oscura e inesorabile perfezione alla ricerca del mostro che dimora inquieto in ogni uomo. “Credo che un regista debba essere una sorta di psicoanalista,”, ha detto il regista tedesco Fritz Lang, che si è preparato per il film tramite interviste a psichiatri e ad altri operatori sanitari coinvolti nel trattamento di criminali psicopatici.

 

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“Gaslight” – Angoscia (1944)

Il rapporto tra il cinema e psichiatria non è monodirezionale e un notevole esempio di questa affermazione  è il thriller “Gaslight” – Angoscia, in cui una cantante orfana sposa un cavalleresco ma ambiguo uomo più vecchio. In realtà, il marito ha pianificato di rubare l’eredità della moglie convincendo il mondo che lei è mentalmente instabile facendola impazzire mediante trucchi da prestigiatore decisamente angoscianti che generano una atmosfera misteriosa e terrorizzante nella loro dimora (oggetti in movimento per la casa, strani giochi di luce): le sue azioni incessanti generano alla fine dei reali sintomi psichiatrici nella moglie. In quegli anni, il termine “gaslighting” entrò in voga per spiegare come l’influenza manipolatoria di una mente malvagia potesse effettivamente controllare e manipolare altri individui. Dal titolo originale Gaslight deriva l’espressione “gaslighting” che indica una forma di violenza psicologica attraverso cui la vittima viene indotta a dubitare della sua percezione della realtà. Tale violenza può consistere in manovre esteriori (come il nascondere o spostare oggetti) o psicologiche. Così facendo, il molestatore fa credere alla vittima di essere colpevole dei maltrattamenti subiti, mostrandosi al contempo compassionevole.

 

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“Sunset Boulevard” – Viale del Tramonto (1950)

Norma Desmond è una stella ormai decaduta del cinema muto, che vive in un fatiscente palazzo di Hollywood Hills e che sta tentando una rimonta improbabile nell’era del sonoro. Oscillando selvaggiamente tra una ottimistica visione circa le sue prospettive future e l’ideazione suicidaria, Norma è un bellissimo caso di disturbo delirante. Joe l’altro protagonista del film tenta anche lui una riabilitazione professionale sperando di poter usare i soldi della decadente diva. Il film prende quindi la forma di una sorta di “follia a due” che porterà ad un tragico epilogo. “Sunset Boulevard” – Viale del tramonto è considerato uno dei migliori film di Hollywood sul fenomeno del divismo e sul cinema del passato. Norma Desmond incarna un mondo che sia il pubblico sia lo studios system sembrano aver dimenticato: quello degli ex-divi, un tempo acclamati come semidei e ora ridotti a relitti abbandonati. Non a caso la vita rappresentata di Norma Desmond ha qualcosa di funereo, di fatiscente, ma ha anche un fascino sublime, che strega tanto il protagonista quanto lo spettatore. In termini psicoanalitici tutto il film è un grosso trattato sulle conseguenze di un disturbo narcisistico in parte presente ab inizio ed in parte indotto da un sistema che genera miti, per poi mangiarli e poi sputarne via i resti.

 

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“Psycho” – Psycho (1960)

Pochi registi hanno cosi tanto allegramente miscelato le loro opere con patologie psichiatriche come Alfred Hitchcock. Usando le ossessioni, la cleptomania, ed il voyeurismo, solo per citarne alcune, Hitchcock ha generato, nei suoi capolavori, un flusso costante di concetti freudiani. Psycho fu il suo trionfo. Il suo protagonista è Norman Bates, la cui miscela interiore di conflitti materni, ricordi rimossi, dissociazione e compulsioni violente generò uno dei più famosi e duraturi eroi psicotici della storia del cinema. Norman gestisce un motel su di una strada solitaria sulla quale Marion Crane, una giovane e bellissima donna in fuga dopo un atto impulsivo di furto, ha la sfortuna di passare con la sua automobile. Il film è ancora ricordato per la scioccante scena del delitto di Marion Crane sotto la doccia agito da Norman, vestito con gli abiti della madre morta, rovinando per anni la tranquillità di tutte quelle persone che sono state ospitate nei motel degli Stati Uniti. La scena nella quale lo psichiatra spiega alla polizia il disturbo da personalità multipla coglie mirabilmente il cambiamento culturale secondo il quale gli psichiatri sarebbero stati chiamati a dare un senso clinico agli atti di apparentemente inspiegabile violenza.

 

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“A Clockwork Orange” – Arancia Meccanica (1971)

I registi degli anni ’70 hanno cominciato a raccontare di come gli anni seguenti alla seconda guerra mondiale avessero prodotto misteriosi trattamenti come la terapia elettroconvulsiva (ECT) e la lobotomia; nell’immaginario collettivo la cura divenne lentamente una condizione addirittura meno auspicabile della malattia proprio per le suggestioni angoscianti provenienti da molti film. Nei primi anni 1970 l’adattamento cinematografico del romanzo “Arancia Meccanica” fu un notevole esempio nel quale il trattamento di un disturbo divenne il punto focale della trama. La storia riguarda Alex e la sua banda di “drughi”, che impazzano selvaggiamente su Londra in un futuro non troppo lontano, commettendo atti orribili di violenza che includono lo stupro e l’omicidio. Dopo essere arrestato Alex il protagonista si offre volontario per un programma sperimentale di “terapia di avversione” che visivamente richiama fortemente ciò che nell’immaginario popolare potrebbe essere considerato una sorta di elettroshock multimediale per curarlo eradicando i suoi peggiori istinti. Il film ruota intorno al classico dibattito: Alex e la sua banda sono creature “malvage” dal libero arbitrio o il prodotto della loro cultura e del loro tempo. Le tematiche della psichiatria come mezzo di controllo sociale e l’eventualità che un danno cerebrale possa stare alla base del comportamento deviante sono da allora presenti nel dibattito tra scienziati e nell’opinione pubblica.

 

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“One Flew Over the Cuckoo’s Nest” – Qualcuno volò sul nido del Cucculo (1975)

Il protagonista di “Qualcuno volò sul nido del cuculo” non soffre in apparenza di alcun disturbo psichiatrico; egli starebbe fingendone uno solo per ottenere di essere trasferito dalla prigione a ciò che crede sarà un istituto mentale dove potrebbe trovare un trattamento migliore. Dopo che tenta di coinvolgere i suoi compagni “internati” in una lotta contro i loro sorveglianti medici-psichiatri insensibili, verrà punito/trattato con un elettroshock ed un’eventuale lobotomia. E’ questa una delle più famose raffigurazioni della psichiatria nel cinema moderno, entrando nel vivo di come delle istituzioni sociali e sanitarie corrotte possano effettivamente lenire il disagio mentale. Inoltre viene affrontato senza mezzi termini, a mio parere, se la scienza psichiatrica sia effettivamente affidabile e sufficientemente matura. Di sicuro ha contribuito a generare nell’opinione pubblica l’immagine di come i trattamenti psichiatrici possano venire usati frequentemente al solo scopo del controllo sociale e non per curare, in particolare per la pratica della terapia elettroconvulsivante. Allo stesso modo ha generato la falsa idea che gli psichiatri possano essere portati a tradurre con troppa facilità il comportamento eccentrico ma innoquo in malattia. Forse il “Nido del cuculo” ha in qualche maniera promosso eccessivamente sentimenti antipsichiatrici che inavvertitamente potrebbero aver generato confusione ed ulteriormente stigmatizzati i pazienti psichiatrici.
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“Annie Hall” – Io e Annie (1977)

Tra il 1950 e il 1970 negli Stati Uniti, si è valutato che il numero degli psicoterapeuti, perlopiù psichiatri, coinvolti nella salute mentale aumentò di otto volte. Verso la fine degli anni ’70 i concetti psicoanalitici erano così diffusi tra l’opinione pubblica che divennero oggetto di discussione frequente tra la classe media ed il cinema seguì questa tendenza. Originariamente intitolato “Anhedonia”, usando il termine psichiatrico riferito l’incapacità di provare piacere, “Io ed Annie” venne inizialmente ed ingannevolmente considerato una semplice storia del tipo “ragazzo incontra una ragazza”; in realtà sarà un punto di svolta del cinema nel quale la terminologia psicoanalitica verrà fatta entrare a forza nel gergo popolare. Il film svolta di Woody Allen, poeta cinematografico del disturbo d’ansia generalizzato,sancisce nel suo monologo iniziale la noia esistenziale del protagonista Alvy Singer. Allen da questo film in avanti continuerà ad usare la psicoanalisi come fonte di ispirazione fornendo nuovi strumenti “Pop” per comprendere le moderne “nevrosi urbane”.

 

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“The Silence of the Lambs” – Il silenzio degli Innocenti (1991)

Dopo il periodo degli anni ’80 nel quale gli assassini dei film horror sono stati resi sempre più soprannaturali, gli anni ’90 hann visto il ritorno all’uso di concetti psichiatrici per spiegare le aberrazioni umane. Il più raffinato di questo genere emergente è stato probabilmente il premio Oscar “Il silenzio degli innocenti”, che narra dell’indagine di una giovane profiler dell’FBI, Clarice Starling, che tenta di rintracciare un serial killer battezzato “Buffalo Bill” per la sua tendenza a prendere le pelli delle sue vittime di sesso femminile. Il film propone, a mio parere, in primis una visione corrosiva e critica della società americana insensibile alle istanze profonde dei “diversi” attribuendo i crimini di Buffalo Bill alla sua incapacità di farsi riconoscere come affetto da un disturbo dell’identità di genere e di potersi procurare un intervento chirurgico di mutamento di sesso: sarà lo psichiatra sociopatico, imprigionato per crimini efferati, Hannibal Lecter a comprendere questo ed a comunicarlo alla giovane Clarice Starling. In realtà, una base di collegamento con la realtà di questa ipotesi verrà poi riscontrata ma in senso inverso, dato che nel 2013 è stato valutato come la maggior parte delle vittime di omicidi efferati (72%) negli USA sono state donne transgender.

 

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“A Beautiful Mind” (2001)

Sebbene la prevalenza a livello mondiale della schizofrenia è compresa tra lo 0,5% e l’1%, la condizione sembra essere sproporzionatamente rappresentata nei film sulla malattia mentale. Uno studio che analizza film in lingua inglese dal 1990 al 2010 avrebbe identificato 42 personaggi affetti da sintomi schizofrenici. In realtà le rappresentazioni della malattia schizofrenica in questi film ha lasciato molto a desiderare, in particolare, con il senno di poi, molte volte si è assistito ad “errori diagnostici” effettivamente presenti anche nella pratica clinica quotidiana per i quali la schizofrenia è stata confusa con il disturbo bipolare grave. Nel film “A Beautiful mind” si alimenta il mito che il genio e la schizofrenia siano in qualche modo legati: ciò è sempre falso. E’ d’altra parte piuttosto vero che il genio sia connesso al disturbo bipolare che ingenera con meno frequenza deficit cognitivo e che ad alti livelli di gravità può essere confuso con la schizofrenia. Due malattie diverse, due trattamenti diversi, due condizioni che solo negli ultimi 20 anni sono state considerate davvero distinte “nel mondo reale” evitando errori diagnostici catastrofici per i pazienti.

 

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Mi chiamo Valerio Rosso e sono un medico, psichiatra e psicoterapeuta ad orientamento psicoanalitico. Alcune persone mi conoscono anche come blogger o come musicista (…cercatemi su iTunes). La mia vita ruota attorno a molte cose: le neuroscienze, la psicoanalisi, la pedagogia ed il tema della formazione dell’Uomo, ma anche la musica ed il motociclismo nel mio tempo libero.
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