Tristezza e Depressione… Lontano e Scomparso… Improbabile ed Impossibile…

Una delle domande che, implicitamente o meno, viene più spesso rivolta agli psichiatri è quale possa essere la differenza tra sentirsi tristi ed essere depressi. In questo articolo vi spiegherò quale è la sottile differenza tra questi due stati d’animo.

Ormai il termine tristezza sembra essere sempre più sostituito liberamente dalla parola “depressione”, la quale rimanderebbe ad un concetto psicopatologico di disagio ben più profondo. Ad ogni livello culturale ed in ogni fascia di età o ceto sociale la tristezza sembra non esistere più, e ci si riferisce ai propri sentimenti di malinconia sempre e comunque con la parola “depressione”.

Questa sostituzione di significato è percepibile, da tutti credo, come intimamente ed intuitivamente sbagliata. Le spiegazioni tecniche ed il riferirsi ai nostri sistemi di classificazione delle patologie psichiche soddisfano poco in termini di comprensione profonda di questa sostanziale differenza, che non è neppure lontanamente, come molti pensano, di natura quantitativa.

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Questa riflessione mi è stata ispirata dal film Avatar, che ha al suo interno uno dei più comuni luoghi letterari della fantascienza ovvero la “lontananza estrema“. In questo film un uomo è inviato in una remota regione dell’universo lontanissima dalla terra. Stesso meccanismo letterario è stato usato, forse in maniera ancora più raffinata e struggente, nel film Interstellar dove uno scienziato è inviato nelle più remote pieghe dello spazio-tempo a cercare il modo per salvare il pianeta Terra.

Riflettendo su questa eventualità viene da chiedersi cosa potrebbero provare le persone legate al protagonista di Avatar o di Interstellar, coloro che provano amore ed attaccamento per loro, e che genere di sentimento possa evocare questa distanza enorme dall’oggetto amato, disperso nelle pieghe dello spazio che, alla fine della storia, vivrà per sempre su di un pianeta alieno, nel caso di Avatar, o che deformerà per sempre la distanza spazio-temporale con la figlia, nel caso di Interstellar.

Questa situazione estrema potrebbe senz’altro evocare una forma di tristezza, senza dubbio, ma anche una più elaborabile e rincuorante sensazione di “malinconia” che emerge dalla consapevolezza dell’esistenza o, potremmo dire, della persistenza dell’oggetto amato seppur in altra forma, in altro luogo o in un’altra dimensione spaziale e temporale.

Ben altra situazione e ben altro genere di stato psichico sarebbe quello relativo alla morte di quella stessa persona, al suo non più esistere.

A mio parere, quindi, la parola “tristezza” si può ben riferire ad un sentimento che si rivolge ad oggetti o parti di noi che, seppur difficilmente recuperabili, sono ad una distanza in potenza ancora percorribile seppur a grande fatica, mentre la “depressione” riguarda tutto ciò che, di fatto, non è più raggiungibile perché è ormai finito, andato via per sempre.

Quindi, come potete ben vedere, la differenza tra “tristezza” e “depressione” non è di tipo quantitativo ma qualitativo: la depressione NON è per niente una forma di tristezza molto grave, come molti pensano, ma in realtà rimanda ad un sentimento di perdita assoluta, completa ed irrimediabile dell’oggetto amato, nel senso psicoanaliticamente più esteso del termine o anche, metaforicamente, ad una parte di noi.

 

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Mi chiamo Valerio Rosso e sono un medico, psichiatra e psicoterapeuta ad orientamento psicoanalitico. Alcune persone mi conoscono anche come blogger o come musicista (…cercatemi su iTunes). La mia vita ruota attorno a molte cose: le neuroscienze, la psicoanalisi, la pedagogia ed il tema della formazione dell’Uomo, ma anche la musica ed il motociclismo nel mio tempo libero.
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