L’etnopsichiatria, chiamata anche psichiatria transculturale o psichiatria comparata, è una disciplina medica ed etnoscientifica che studia e classifica le manifestazioni di psicopatologia connesse a contesti ambientali e culturali diversi da quelli occidentali di riferimento, come ad esempio quelli ai quali si riferisce il nostro DSM-V.

In poche parole l’etnopsichiatria si dedica ai complessi rapporti che vengono a crearsi fra cultura e malattie mentali.

Questa disciplina andrebbe a sua volta divisa in due ulteriori assi: uno che osserva il livello psicopatologico individuale, ed un’altro che si rivolge allo studio delle correlazioni globali, avvicinandosi agli aspetti sociologici ed antropologici dei disturbi psichiatrici.

Le sindromi etnopsichiatriche rappresentano un bagaglio di conoscenze che lo psichiatra moderno non può permettersi più di non avere. In generale la naturale constatazione delle difficoltà della nosografia convenzionale dovrebbe spingere sistematicamente verso lo studio delle differenti culture e dei loro legami con la psicopatologia.

I diversi sistemi culturali, che gli attuali flussi migratori ci portano ad entrare in contatto, guidano ed influenzano pesantemente lo sviluppo mentale degli individui e, di conseguenza, meritano di essere studiati come determinanti di forme psicopatologiche sconosciute a noi occidentali. Dobbiamo fare i conti con il fatto che le nostre conoscenze psichiatriche “classiche” dovranno assegnare un posto ed una funzione, nel momento della diagnosi e della cura, alle credenze, ai riti, ai miti, alle regole matrimoniali, allo statuto dei bambini, degli spiriti e degli antenati, per poter essere efficaci con persone appartenenti ad altre culture diverse da quella scientifico-tecnologica dell’occidente attuale.

Solo nel DSM-IV è stato descritto e raccomandato l’utilizzo delle variabili relative alla cultura di appartenenza di un dato paziente affermando, di fatto, l’esistenza di quadri clinici di malattia mentale che possono essere compresi solo all’interno di un determinato contesto culturale.

In questo breve articolo vengono riportate le più importanti Sindromi Culturalmente Caratterizzate, ovvero le Sindromi Etnopsichiatriche di maggior rilievo e più facilmente incontrabili nei diversi contesti culturali che gli attuali flussi migratori ci mettono in contatto.

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Amok

L’Amok è una delle sindromi etnopsichiatriche più studiate e risulta particolarmente diffusa in Malesia, Filippine, Laos, Indonesia, Papua Nuova Guinea e Polinesia; sono riferiti alcuni casi di Amok anche in India, SIberia, Trinidad e Portorico. Infine una condizione clinica simile all’Amok è stata descritta anche dagli studiosi della cultura Navajo, in Ariziona e in New Mexico.

In questo disturbo mentale etnopsichiatrico il paziente è in preda ad attacchi di rabbia e di violenza distruttiva rivolta verso tutto e tutti, con presenza di idee paranoidi e persecutorie vaghe e non focalizzate su un oggetto specifico, in concomitanza ad uno stato dissociativo.

La parola Navajo iich’a (“falena impazzita”) oppure quella spagnola còlera (“rabbia”) possono suggerire altre sfumature di significato al termine originario Amok.

I pazienti affetti dall’Amok sono per lo più persone giovani, maschi celibi, o adulti di mezz’età, con una scolarità bassa ed appartenenti ai ceti sociali inferiori, che possiedono delle caratteristiche di personalità premorbosa di tipo riservato e scarsamente socievoli. In generale mai avrebbero avuto disturbi psichiatrici prima di manifestare l’Amok.

I fattori ambientali che generano i sintomi dell’Amok sono: lontananza dall’ambiente di casa, una perdita reale o simbolica, intollerabili frustrazioni affettive, un’insulto od un’offesa avvenute pubblicamente.

La crisi acuta sarebbe preceduta da un periodo di tempo (fase Pre-Amok) durante il quale l’individuo mostra un ancora maggiore ritiro relazionale e cessa l’attività lavorativa, non parla, ne si alimenta, trascura l’igiene personale, risulta chiuso in se stesso in una sorta di rimuginazione, assorbito in pensieri cupi e persecutori. Spesso si allontana dal villaggio vagando senza meta in luoghi selvaggi.

Dopo questa fase prodromica si scatena l’attacco acuto nel quale il paziente irrompe come una furia nell’ambiente sociale, armato di pugnale, di ascia o di arma da fuoco, correndo e gridando il termine “amok!”, scagliandosi contro ogni essere vivente, umano od animale, distruggendo anche capanne o oggetti.

Solitamente la reazione degli altri è di iniziale sgomento, ma poi il paziente viene solitamente atterrato nel tentativo di neutralizzarlo, spesso è necessario uccidere la persona che non riesce più a ritrovare la ragione. Se il paziente sopravvive non ricorda nulla dell’accaduto, manifestando un’amnesia completa.

 

Koro

Il Koro, parola di origine malese, è una condizione di patologia mentale molto diffusa in Cina, ad Hong Kong, Taiwan, India e Borneo; qualche caso di Koro è stato osservato anche in Africa, Israele, Canada ed in Europa.

Questo disturbo mentale, che colpisce prevalentemente i giovani maschi adulti, con intelligenza al limite e scarsamente scolarizzati, è definito da un sintomo specifico e bizzarro: la sensazione terrificante che il pene si stia ritirando nell’addome, scomparendo, ed una volta che questo processo si completerà la persona morirà. Nelle donne, dove il Koro è molto più raro, si assiste alla paura che i capezzoli o le grandi labbra della vagina si ritirino all’interno del corpo.

Questo disturbo potrebbe essere considerato una variante delirante e bizzarra di un attacco acuto di panico, visto che la sensazione provata è quella di morte imminente, infatti i sintomi somatici tipici del Koro sono le palpitazioni, le vertigini e l’impossibilità di addormentarsi. Se non trattato il disturbo può protrarsi per settimane con gravi conseguenze sul funzionamento sociale e lavorativo della persona.

In alcuni casi si può assistere ad un episodio depressivo acuto che avviene al culmine dell’attacco di Koro che può comportare il suicidio della persona.

La persona che sperimenta il Koro tenderà ad afferrare il suo pene per tentare di arrestare la progressiva retrazione in addome, e spesso viene richiesto l’intervento della moglie per praticare una fellatio compensatoria che può avere il risultato di annullare la sensazione delirante ed il panico acuto. Alle volte vengono applicati particolari fermagli di legno o pinze per rassicurare la persona.

Il Koro ha avuto anche episodi di epidemia a Singapore e nell’Isola di Hainan, dove numerosi giovani hanno espresso questo disturbo contemporaneamente.

Il Koro è codificato ufficialmente, con il nome di Shuk Yang, nella Classificazione Cinese dei Disturbi Mentali, Seconda edizione (CCMD-2).

 

Mal de Ojo

E’ questa un’espressione della lingua spagnola che si ritrova in molte culture: Ojo (America Latina), Evil Eye (Stati Uniti), el eìn (Maghreb), Malocchio (Italia Meridionale).

Questo termine si riferisce alla capacità che avrebbe lo sguardo di una persona cattiva, invidiosa, perfida o gelosa, di influenzare negativamente le condizioni fisiche e mentali di una vittima; la vittima che subisce il Mal de Ojo, il Malocchio, esprimerebbe una sintomatologia variegata e devastante caratterizzata da: pianto, astenia, ansia, depressione, dolori addominali, diarrea, vomito, cefalea, vertigini, febbre e strani disturbi somatici non curabili dalla medicina convenzionale.

Il soggetto che subisce il Mal de Ojo è assoggettato ad una forza morbosa sconosciuta e questo evento rende necessario l’intervento di guaritori tradizionali (maghi, fattucchiere, etc.) che tramite canti, preghiere e l’imposizione delle mani o facendo il segno di piccole croci con le dita riescono a scacciare l’influenza nefasta dell’occhiata malefica.

Al rituale magico possono essere associati infusi e decotti o l’applicazione di impacchi di foglie sul corpo della persona; spesso vengono forgiati oggetti magici o strumenti protettivi e preventivi (amuleti) che impediscono le temute recidive di queste condizione di nefasto influenzamento magico.

 

Zar

Questo termine si riferisce ad una condizione psicopatologica molto diffusa in Egitto, Iran, Somalia, Arabia Saudita, Etiopia, Sudan: si tratta di una condizione di possessione da parte di entità sovrannaturali, il termine Zar significa appunto “spirito“.

Nello Zar le entità che possiedono una data persona sono molte e risultano organizzate in una sorta di Pantheon che conta un numero elevato di unità spiritiche, tutte diverse tra loro, che si possono riconoscere in base al tipo di poteri esercitati, ai comportamenti, all’appartenenza religiosa, ai gusti ed alla forma posseduta (ad esempio ambigua, antropomorfa, indeterminata, mutevole, etc.).

Secondo la tradizionale leggenda queste entità metafisiche si appostano ed aleggiano nel mondo per poi lanciarsi improvvisamente verso degli esseri umani dei quali prendono possesso. Questi spiriti sono solitamente cattivi, maligni, invasi dall’invidia e dall’avidità, bramosi di ottenere oggetti, ricchezze e possedimenti. La persona che è posseduta da uno di questi Zar dovrà offrire in sacrificio tutto quello che quest’entità desidera per placarne la rabbia e favorire la liberazione del proprio corpo.

La possessione da parte di uno Zar si manifesta come una graduale trasformazione dello stato di coscienza (sopore, stupore, confusione, stato crepuscolare), con la presenza di palpitazioni, parestesie, tremori, vertigini, ronzii alle orecchie, stanchezza, pesantezza e stato di angoscia ingravescente. Il soggetto può anche sperimentare allucinazioni zooptiche, sentendosi invaso da insetti.

All’apice di una crisi di questo genere il soggetto posseduto può piangere disperatamente, gridare, cantare, ridere senza riuscire a controllare queste manifestazioni, in una condizione di evidente agitazione psicomotoria.

La medicina tradizionale suggerisce che il soggetto nel quale è accertata questa forma di possessione, debba essere iniziato al culto degli Zar diventando così capace di controllarne le manifestazioni e di prevenirne le future possessioni; le cofraternite dedicate al culto degli Zar sono soprattutto femminili ed hanno carattere iniziatico e misterioso.

Le manifestazioni della possessione da parte degli Zar hanno un andamento periodico, coincidente con i momenti in cui si intensificano le relazioni famigliari, sociali e comunitarie, mentre si riducono nei periodi nei quali i rapporti interpersonali sono rarefatti per cause stagionali, lavoro o migrazioni.

 

Ode Ori

E’ una sindrome psichiatrica presente nei giovani provenienti dalla Nigeria, in particolare nelle femmine di fede cristiana e con un livello di scolarizzazione basso.

Il disturbo si manifesta con sintomi che possono essere riconducibili ad un quadro misto ansioso-depressivo ma con una componente psicosomatica molto marcata con connotati quasi deliranti che spesso induce il clinico a pensare di trovarsi di fronte ad un quadro schizofrenico o psicotico.

E’ risaputo che le popolazioni africane utilizzino i sintomi fisici ed il corpo in generale, come mezzo di espressione e che per questa ragione presentano una maggior tendenza alle somatizzazioni. In questo caso i pazienti che presentano un Ode Ori possono riferire di serpenti, vermi, insetti, pulci o altri organismi che dimorerebbero nel loro corpo, in particolare nella testa, generando sintomi bizzarri come rumori nelle orecchie, cefalea, vertigini, insonnia, dolori, bruciore e prurito.

La cura dell’Ode Ori è affidata ai guaritori tradizionali (ad esempio i babalawo o i bokonon) che provano a scacciare i serpenti o gli insetti che sono penetrati nel corpo del paziente, spesso attraverso la fontanella cranica anteriore, dove sarebbe alloggiata la base di controllo delle funzioni mentali e dei rapporti tra corpo e cervello mediati dalle okun striscie sottili che lo collegano ai vari distretti del corpo.

 

Latah

La parola Latah ha un’origine etimologica ancora ignota, anche se probabilmente deriva dalla lingua malese e può avere vari significati: “fare l’amore”, “solleticare”, “strisciare”. Questo disturbo colpisce prevalentemente individui provenienti dalla Malesia, dall’Indonesia, dalla SIberia dalla Somalia, dalla Terra del Fuoco e da alcune regioni dell’Africa centrale, alle volte ha mostrato un andamento quasi epidemico con diversi casi in contemporanea.

Il Latah si manifesta come una sorta di ipersensibilità agli spaventi improvvisi e alle forti emozioni, in grado di innescare una serie di automatismi motori ed espressivi, ovvero dei comportamenti bizzarri di tipo imitativo durante i quali il soggetto riproduce le azioni ed i movimenti degli esseri animati che attirano la sua attenzione. Questi fenomeni si definiscono ecoprassia ed ecocinesia, come ad esempio imitare la camminata di un animale o i movimenti delle foglie sugli alberi. Si presenta anche il fenomeno dell’ecolalia, ovvero di imitare la parola udita od i suoni intorno.

Durante l’attacco acuto di Latah le frasi sconnesse che vengono pronunciate sono spesso intercalate da espressioni oscene secondo il fenomeno della coprolalia.

Nel quadro clinico del Latah si evidenzia anche uno stato di coscienza alterato, simile ad una trance asociato a paura incontrollabile che attiva comportamenti reattivi di ubbidienza ai comandi dati dall’esterno. Questo impulso ad eseguire gli ordini li porta il paziente a non riconoscere l’eventuale insensatezza degli ordini stessi con possibili effetti pericolosi o ridicoli (ad esempio in siberia i pazienti con il Latah vengono usati come occasione di gioco e di divertimento).

Questa sindrome etnopsichiatrica è diffusa a latitudini molto diverse e prende nomi molto diversi: amurakh, irkunii, ilota, ihota, 5RNJ78 +ùì^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^ò”0OK,M8ò6A, myriachit, olan, tara (SIberia); imu (Isole Sakkhalin); mali mali, silok (Filippine); misala (Malawi); ramenajana (Madagascar); yaun, young-dah-te (Myanmar).

Fana

Il Fana rappresenta un fenomeno psicopatologico di assoluto rilievo ai giorni nostri poiché è una sorta di collegamento tra fenomeni transculturali, terrorismo, malattia mentale, movimenti migratori, scontro di culture e cronaca.

Il Fana è diffuso prevalentemente nei paesi arabi ed in quelli di religione mussulmana nei quali siano presenti periodi di crisi, dissidi interni o guerre. Il punto di partenza di questa sindrome è il fatto che la religione mussulmana considera il suicidio come un sacrilegio contro Allah, e questo dato di partenza solitamente riesce ad influenzare positivamente i rischi, ad esempio, di disturbi depressivi gravi nella popolazione mussulmana.

E’ probabilmente per questa ragione che il tasso suicidario nei paesi arabi e mussulmani varia da un minimo dello 0,1 (in Arabia) ad un massimo del 4,5 (in Tunisia) per 100.000 abitanti, ben inferiore, ad esempio, al tasso presente in Italia che è del 7 per 100.000 abitanti.

L’unica forma di suicidio accettata dalla religione e dalla cultura islamica è quella connessa ad un gesto “eroico”, ovvero ad una forma di martirio, realizzato attraverso atti di onore militare o azioni belliche rischiose, oppure, ai giorni nostri, di lotta terroristica.

In questi casi di martirio si applica il concetto di Fana, ovvero di una quadro psicopatologico nel quale il soggetto agisce in una sorta di trance mistica piuttosto simile al delirio religioso degli occidentali.

Un importante dato storico di questa vocazione al martirio tipico dell’oriente islamico, in particolar modo Iran e Siria, la si ritrova nella setta dei Hashishiyyn che operò tra il XI ed il XIII secolo: questi militari estremisti ritenevano che il sopravvivere ad un azione di terrorismo politico fosse addirittura un disonore, per cui favorivano la loro cattura ed uccisione.

Alla luce degli attuali eventi terroristici questo fenomeno etnopsichiatrico suggerisce importanti riflessioni circa il significato ed il reale valore ideologico di molti eventi drammatici che potrebbero, in realtà, rappresentare un alibi culturale al commettere il suicidio per soggetti, di base, affetti da disturbi mentali.

 

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Mi chiamo Valerio Rosso e sono un medico, psichiatra e psicoterapeuta ad orientamento psicoanalitico. Alcune persone mi conoscono anche come blogger o come musicista (…cercatemi su iTunes). La mia vita ruota attorno a molte cose: le neuroscienze, la psicoanalisi, la pedagogia ed il tema della formazione dell’Uomo, ma anche la musica ed il motociclismo nel mio tempo libero.
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