“Sono normale o sono malato, Dottore?”…

Questa è una di quelle domande che ogni psichiatra si sente rivolgere almeno una volta al giorno da pazienti, amici, collaboratori e colleghi. Chiedersi che cosa c’è di normale e cosa di malato dentro di noi rappresenta una sorta di costante monitoraggio che siamo portati a fare sui nostri funzionamenti mentali e su quelli degli altri sia per valutarne l’efficenza sia per attuare un confronto che ci possa confortare.

Medicalizziamo troppo le emozioni umane?

Nel corso degli ultimi 30 anni, all’incirca dall’uscita del primo vero blockbuster psicofarmacologico ovvero il Prozac©, la tendenza costante è stata quella di dare un’etichetta sanitaria a molte variazioni emotive dell’uomo. Ad esempio la parola tristezza è stata quasi eliminata dal lessico quotidiano per far posto alla molto più enfatica parola “depressione”; oramai dall’adolescenza in avanti non si dice più “sono triste” ma quasi esclusivamente “sono depresso”.

Questa differenza linguistica ha, a mio parere, delle ripercussioni psicologiche notevoli in quanto sostituisce un emozione con una malattia e, di fatto, simboleggia il passaggio verso una psiche umana sempre più medicalizzata.

Infatti essere normali significa provare anche il sentimento della tristezza, ma quando noi ci definiamo, e veniamo definiti, costantemente come “depressi” quale conseguenza ci potrà mai essere?

Allo stesso modo è sotto gli occhi di tutti il costante abuso della parola “ansia”. Parlo di abuso ma forse dovrei anche parlare di cattivo uso di quest’altra etichetta che affibbiamo ad alcune nostre sensazioni.

 

L’esempio dell’ansia

L’ansia di per se dovrebbe essere un campanello di allarme che ci indica la presenza o la possibile presenza di un pericolo; di per se l’ansia è un’emozione “salva vita”, in realtà molto utile. Di certo percepire un sentimento di ansia comporterebbe per l’animale uomo la necessità di fermarsi e di ascoltare se stesso e l’ambiente intorno per comprendere quale pericolo l’ansia sta tentando di segnalarci.

D’altra parte il nostro stile di vita e la tendenza a mantenere un funzionamento iper-efficiente ci portano invariabilmente a vivere ogni segnale di “pericolo” che il nostro corpo o la nostra mente ci mandano come semplicemente disturbante, poco degno della nostra attenzione ma anzi meritevole di essere immediatamente silenziato e respinto.

Di conseguenza l’ansia, come segnale di allarme, si trasforma in una preoccupazione o in un sintomo che devono essere semplicemente eliminati poiché assimilati ad una malattia quando, molto spesso, non sono espressione di alcuna patologia.

L’ansia e la tristezza sono due esempi paradigmatici di come alcune funzioni assolutamente normali e comprensibili della nostra mente assumono il ruolo di sintomi di malattia in una società che ci chiede efficienza, velocità, superficialità e completa adesione a dei modelli di vita che, probabilmente, nessuno di noi sceglierebbe se potesse farlo.

Quindi immaginiamo una persona che stia vivendo in una condizione esistenziale rigida, difficile e nella quale viene richiesta completa adesione a degli standard di vita disumani: se questa persona mi chiederà se la sua ansia è normale, cosa dovrò rispondere? E cosa dovrò rispondere se mi chiederà di curarla con dei farmaci?

 

L’esempio della depressione

Vi faccio un’altro esempio molto frequente.

Sempre più spesso arrivano in ambulatorio persone completamente disperate dopo la perdita di un lavoro che forniva l’unica fonte di sostentamento ad una famiglia. Spesso queste persone si trovano ad essere imbrigliate in complesse reti di finanziamenti e mutui.

Quando una di queste persone mi dice di essere depressa e mi chiede se questo suo sentimento è una malattia, cosa dovrei rispondere? E se mi chiede un farmaco per “tirarsi su” cosa dovrei fare, in scienza e coscienza, per aiutarlo?

In situazioni come questa il sentimento che descrive meglio la situazione è, a mio parere, la tristezza poiché è chiaro che questa persona ha tutte le ragioni per essere affranto, non c’è nulla di patologico in quello che prova ma è la logica conseguenza di un fallimento esistenziale costruito su quelle fragili fondamenta che la nostra società ci offre.

Secondo il mio punto di vista in ambedue gli esempi la “cura” non c’è perché non c’è la malattia.

Non sono solo io a dirlo. Infatti tutte le più recenti tendenze diagnostiche e linee guida di trattamento ci dicono che le situazioni sopra riportate non sono Disturbi d’ansia o Disturbi depressiva, bensì Disturbi dell’Adattamento con Ansia e/o umore depresso. Per chi fosse interessato ho scritto in precedenza un’altro articolo sulla differenza tra Tristezza e Depressione.

Cosa significa? Significa che il sentimento che il paziente porta, sebbene grave e disturbante, è una conseguenza comprensibile di una sequenza di eventi reali che lo hanno prodotto. Di conseguenza nessuno psicofarmaco può curare una condizione che non è patologica.

Infatti se muore mia moglie, una figlia o un amico nessun antidepressivo mi aiuterà a superare la mia sofferenza. Semplicemente non funzionerà se non a livello di effetto placebo. Questo lo dicono chiaramente molti studi clinici. Altri interventi, come ad esempio quelli psicoterapici, potranno di sicuro sortire maggiore efficacia nella misura in cui chiarificheranno il nostro vissuto e ci forniranno delle strategie per superare il momento di sofferenza.

 

Sono Normale o sono Matto?

Questa domanda in realtà è mal posta in quanto nessuno psichiatra si occupa di dire se una persona è normale o matta.

Infatti un professionista della salute mentale valuta i pensieri ed i comportamenti di una persona con l’unico fine di stabilire se sia in corso una condizione psichica che generi disagio clinico significativo. Che significa questo?

Significa che il fine di una visita psichiatrica è quello di valutare se una persona soffra di una malattia, se questa malattia possa essere curata ed in che modo.

Rispetto all’essere normali o all’essere matti, ovvero diversi (perché è questo il punto), questa questione richiederebbe uno studio statistico e, lasciatemi dire, “estetico” di dimensioni psichiche e comportamentali, poiché nessun essere umano è uguale all’altro se valutato intimamente ed in profondità. Ovvero non è possibile stabilire l’essere umano di riferimento rispetto al quale valutare le differenze di ognuno di noi.

In effetti, per uno psichiatra, anche il più bizzarro degli individui non merita di attenzione se non esprime un disagio clinico significativo, ovvero non esprima una sofferenza direttamente correlabile ai tratti di psicopatologia che abbiamo rilevato.

Il fatto di conoscersi poco, di provare pudore rispetto ai nostri sentimenti e vissuti più intimi o, più semplicemente, di rifiutare le nostre differenze vivendole come stigmatizzanti può portarci a sospettare di essere matti, ovvero “diversi”, e a sviluppare una quota anche notevole di sofferenza per questa ragione.

Vorrei spostare la vostra attenzione non tanto su quanto una persona possa essere bizzarra, straordinaria o “diversa” ma sul fatto che è importante valutare se questa specifica persona stia soffrendo o faccia soffrire altre persone (e spesso le due cose coincidono). Solo questo interessa alla psichiatria, per lo meno in termini di conseguenze cliniche e terapeutiche.

La risposta alla domanda fatidica sarà: se soffri o fai soffrire (o, come sempre accade, ambedue le cose) in relazione ad alcuni tuoi specifici tratti psichici anomali, sarai considerato affetto da una patologia, altrimenti sei sano, normale, o quello che diavolo vuoi!

 

Come curare chi non è malato?

Ecco che i nostri vissuti di diversità e la nostra scarsa capacità di farci fronte o, addirittura, di riuscire ad utilizzarli come risorse ci portano a sviluppare il dubbio di essere anormali o addirittura “matti”. E quindi la domanda da porci potrebbe essere soffro per le mie caratteristiche specifiche, normali o bizzarre che siano, oppure soffro perché mi considero “diverso” a causa loro? Come potete capire sono due situazioni molto diverse.

In risposta a questo fraintendimento di fondo siamo portati a sviluppare il dubbio di essere diversi, malati o addirittura matti.

Spesso come conseguenza di ciò siamo portati a considerare delle soluzioni di tipo immaturo o, addirittura, infantili richiedendo farmaci ai medici. Questo genere di richieste paradossali, molto frequenti negli ultimi anni, rappresentano la perdita di interesse per la ricerca di strategie di vita migliori e una sorta di abbandono al fatalismo. In queste situazioni il farmaco è vissuto come un padre onnipotente che agisce al posto nostro, impedendoci di evolverci.

Non avete mai sentito di medici che prescrivono antidepressivi a persone che hanno appena perso il partner per una malattia o il lavoro? Bene, a queste situazioni mi riferisco.

Queste persone che hanno subito perdite enormi, che sono sull’orlo di una bancarotta o che non riescono ad adeguarsi a degli standard di vita troppo rigidi ed intensi sono tristi o sono depresse? Sono normali o sono malate? E che cosa può fare un medico o la società per loro?

Per finire voglio sottolineare che io credo fermamente che la malattia mentale esista e che vada curata. Questo mio convincimento, però, lascia spazio alla considerazione che l’ossessione per la normalità rappresenta un grosso limite della nostra società ed un elemento limitante verso sviluppi che solo prospettive nuove e modalità di pensiero diverse o addirittura “anomale” potrebbero fornire.

 

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Mi chiamo Valerio Rosso e sono un medico, psichiatra e psicoterapeuta ad orientamento psicoanalitico. Alcune persone mi conoscono anche come blogger o come musicista (…cercatemi su iTunes). La mia vita ruota attorno a molte cose: le neuroscienze, la psicoanalisi, la pedagogia ed il tema della formazione dell’Uomo, ma anche la musica ed il motociclismo nel mio tempo libero.
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