La cronaca, nazionale ed internazionale, porta sempre più di frequente alla nostra attenzione uno spettro enorme e molto sfaccettato di gesti violenti: finalizzati o privi di senso apparente, più o meno efferati, connessi o meno ad intenti criminosi, correlabili o meno ad una matrice terroristica, comprensibili o misteriosi ed oscuri. Di sicuro l’attenzione delle forze dell’ordine e delle istituzioni è massima ogni volta che si debbono analizzare le cause di questi gesti e, per lo meno in teoria, provare a comprendere come prevederli e come limitarli.

Si può prevenire un gesto violento?

Questo articolo, dai risvolti molto pratici, parte da questa importante e complessa domanda: è possibile prevedere i gesti di violenza? Inoltre molte altre domande emergono dalle persone una volta messe a contatto con gesti efferati di aggressività o di distruttività: chi è capaci di gesti di violenza è sano di mente? In che misura l’uso di sostanze o di alcool influenza l’aggressività umana? Cosa porta una persona a commettere un gesto violento?

Abbiamo già visto in un precedente articolo i fattori di rischio per il suicidio. All’esatto opposto dell’evento suicidario, quando l’aggressività di una persona viene portata non più verso la persona stessa ma verso l’esterno e le altre persone, si parla di violenza agita.

Nel caso della violenza agita verso gli altri, è possibile identificare dei fattori di rischio che possono portarci a sospettare che un individuo potrebbe essere in procinto di agire violenza o, quanto meno, di avere un rischio potenziale di agire violenza? Secondo molti studi, recenti e del passato, la violenza ha degli specifici fattori di rischio, parlando di persone che non sono affetti da una malattia mentale. Ecco lo schema di questi fattori di rischio per commettere gesti violenti:

  • Fattori di rischio durante il periodo scolastico: isolamento sociale, iper-attività, seri problemi disciplinari, rabbia o frustrazione rappresentata durante lavori espressivi o artistici, esperienze di fallimento del percorso scolastico, utilizzo di sostanze o di alcool.
  • Fattori di rischio personali: storia personale di violenza subita, pregresso tentativo di suicidio, ritardo mentale, aver subito o aver agito bullismo, storia personale di sadismo su animali o piromania, presenza di oscillazioni dell’umore o instabilità emotiva, coinvolto in culti connotati da fondamentalismo, idee politiche estremistiche, abuso di alcool o sostanze, pregressi agiti di violenza.
  • Fattori di rischio ambientali: condizioni economiche di povertà, assenza di rete sociale, presenza di conflitti famigliari, facilità di accesso alle armi, coinvolgimento in atti di vandalismo solitari o di gruppo.
  • Fattori di rischio famigliari: storia di violenza famigliare, abuso di alcool o di sostanze da parte dei famigliari, abusi all’interno del nucleo famigliare, punizioni eccessive o sadiche all’interno della famiglia, assenza del supporto e della supervisione dei famigliari durante il processo di crescita, esempi criminosi o devianti da parte dei membri della famiglia.

Come potete osservare la presenza di abuso di alcol o di altre sostanze è un fattore di rischio di violenza rappresentato in più aree; questo particolare dato è tra i più verificati a livello di casistica e letteratura internazionale.

In realtà il più pericoloso fattore di rischio di violenza, analogamente a quello che avviene per il suicidio, è la documentata presenza di pregressi atti di violenza; in sintesi chi ha commesso violenza grave è molto più a rishcio delle altre persone di commettere nuovamente un gesto violento.

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La violenza non finalizzata ad un guadagno criminoso è sempre sintomo di malattia mentale?

Questa è un’altra domanda che spesso viene posta implicitamente a livello mediatico o di confronto tra persone. Riformulandola nell’ottica di poter prevedere i gesti violenti ci si potrebbe chiedere: essere affetti da una malattia psichiatrica è un fattore di rischio di violenza? La risposta è ambigua e potrebbe essere “si e no”, alla luce dei dati che possediamo. Iniziamo con il presentare una serie di “piccole verità” sul rapporto tra malattia mentale e violenza:

  • La maggior parte delle persone affette da gravi malattie mentali non sono più pericolose di altre.
  • La maggior parte dei gesti di violenza attuati nella nostra società sono attuati da persone che non hanno malattie mentali.
  • La maggior parte delle persone che hanno disturbi psichiatrici sono destinati a subire violenze piuttosto che farne a loro volta.
  • Si ribadisce che è l’abuso di alcol e sostanze, se in concomitanza con una patologia psichiatrica, ad essere responsabile della violenza.

In realtà ci sono alcuni studi in letteratura che hanno indagato il rapporto tra violenza e malattia mentale. Eccovi alcuni esempi tra i più interessanti ed autorevoli:

  • Nel 2015, Swanson e colleghi hanno pubblicato un riepilogo degli studi su gravi malattie mentali e comportamenti violenti. Hanno riferito: Almeno 20 studi hanno esaminato la violenza nei pazienti con disturbi dello spettrofobia dello spettro in varie impostazioni cliniche e comunitarie. Una meta-analisi di questa letteratura ha fondato un rischio denunciato di violenza che è stato in media 3-5 volte maggiore per gli uomini con schizofrenia e 4 a 13 volte maggiore per le donne con schizofrenia rispetto alle loro controparti senza schizofrenia nella popolazione generale . Il fattore di rischio era più elevato per l’omicidio come il risultato della violenza e per ogni violenza quando si confrontano i pazienti con la psicosi del primo episodio ai controlli della popolazione. L’aumento complessivo del rischio per la violenza è stato simile nel disturbo bipolare, dove una recente meta-analisi ha sintetizzato nove studi e ha segnalato un aumento di risultati violenti nei pazienti bipolari nella gamma da 3: 1 a 6: 1 rispetto alla popolazione generale.
  • Una meta-analisi di 204 studi di psicosi come fattore di rischio per la violenza ha riferito che “rispetto a persone senza disordini mentali, le persone con psicosi sembrano avere un rischio sostanzialmente elevato per la violenza”. La “psicosi” è stata significativamente associata con un 49% -68% di aumento delle probabilità di violenza “.
  • Una revisione di 22 studi pubblicati tra il 1990 e il 2004 “ha concluso che i principali disturbi mentali, di per sé, in particolare la schizofrenia, anche senza alcool o abuso di droghe, è associata a maggiori rischi per la violenza interpersonale”. Rappresenterebbe tra il 5% ed il 15% della violenza comunitaria.
  • Tra 3.743 individui con disturbo bipolare, l’8,4% ha commesso crimini violenti rispetto al 3,5% della popolazione generale in Svezia.
  • Di 8,003 individui con schizofrenia in Svezia, il 13,2% ha commesso almeno un crimine violento rispetto al 5,3% della popolazione generale. L’abuso conclamato di alcool o droghe rappresentava un elemento che aggravava tale quadro.
  • I dati relativi ai disturbi mentali e alla violenza sono stati raccolti su 34.653 individui nell’ambito del National Epidemiologic Survey of the United States on Alcohol and Related Conditions. L’analisi dei dati di Elbogen e Johnson ha scoperto che “l’incidenza della violenza è stata superiore a persone con gravi malattie mentali, ma solo in modo significativo per coloro che hanno coesistente abuso di sostanze e / o dipendenza”. Secondo un’analisi successiva di Van Dorn e colleghi, critici della prima analisi, “quelli con SMI [malattia mentale grave], indipendentemente dallo stato di abuso di sostanze, erano sensibilmente più violenti di quelli che non hanno disturbi mentali o di uso di sostanze”.
  • Uno studio di 961 giovani adulti in Nuova Zelanda ha riportato che gli individui con schizofrenia e disturbi associati erano 2,5 volte più probabilità che i controlli siano stati violenti nell’ultimo anno. Se la persona era anche un abuso di sostanze, l’incidenza di comportamenti violenti era ancora più alta.
  • Uno studio su 63 pazienti affetti da schizofrenia in Spagna ha riferito che i migliori predittori del comportamento violento stavano diventando più malati (cioè punteggi più elevati sulle misure di sintomo) e meno approfondimenti sulla malattia: “La singola variabile che meglio prevedeva la violenza era la consapevolezza rispetto ai sintomi psicotici”.
  • Un follow-up di dieci anni di 1.056 pazienti con malattie mentali scaricati dagli ospedali psichiatrici in Svezia nel 1986 ha riferito che “di quelli che erano 40 anni o più giovani al momento della dimissione, quasi il 40% ha avuto un segno penale rispetto a meno rispetto al 10% del pubblico. ” Inoltre, “i crimini più frequenti sono crimini violenti”.
  • Sono disponibili dati limitati che possono essere utilizzati per stimare la percentuale di individui gravemente malati psichicamente che diventano violenti. Il miglior studio ha utilizzato il registro psichiatrico danese, che copre tutto il paese e le condanne per reati penali. Tra il 1978 e il 1990, il 6,7% dei maschi e lo 0,9% delle femmine con “disturbi mentali maggiori” (psicosi) sono stati condannati per un crimine violento (“tutti i reati che comportano l’aggressione interpersonale o la sua minaccia”) rispetto all’1,5% dei maschi e 0,1 % delle femmine tra individui senza diagnosi psichiatrica.

In ogni caso è da ricordare che quando delle persone affette da malattia mentale commettono atti di violenza è perché non sono adeguatamente trattati da un punto di vista farmacologico. Eccovi alcuni studi che documentano questa affermazione:

  • Uno studio in Svezia del 2014 ha correlato i registri nazionali psichiatrici e quelli criminologici. Sono stati inclusi 82.647 pazienti ai quali sono stati prescritti farmaci antipsicotici o stabilizzatori dell’umore. È stato valutato quando i pazienti assumevano o non stavano assumendo il loro farmaco. Gli autori hanno riferito che “nei confronti dei periodi in cui i partecipanti non erano in terapia, la criminalità violenta diminuiva del 45% quando i pazienti ricevevano le cure antipsicotiche e del 24% nei pazienti trattati con stabilizzatori dell’umore “.
  • Uno studio di 2014 della Danimarca e della Norvegia ha seguito 178 individui con psicosi al primo episodio e ha valutato comportamenti violenti in 10 anni. I ricercatori hanno riferito che “dopo le iniziative di trattamento, la prevalenza complessiva della violenza nei pazienti psicotici scende gradualmente a livelli vicini a quelli della popolazione generale”.
  • Una meta-analisi di 110 studi di 110 studi, tra cui 45.533 individui con schizofrenia e altre psicosi, ha identificato diversi fattori di rischio per comportamenti violenti: non aderenza con farmaci, non aderenza con terapie psicologiche, abuso di droghe e abuso di alcol.
  • Uno studio a New York ha valutato 60 persone gravemente malate mentalmente che erano stati accusati di crimini violenti. L’autore ha riferito che la mancata osservanza dell’assunzione costante del farmaco e la mancanza di consapevolezza della malattia hanno svolto un ruolo significativo nel causare il comportamento violento degli uomini.

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Mi chiamo Valerio Rosso e sono un medico, psichiatra e psicoterapeuta ad orientamento psicoanalitico. Alcune persone mi conoscono anche come blogger o come musicista (…cercatemi su iTunes). La mia vita ruota attorno a molte cose: le neuroscienze, la psicoanalisi, la pedagogia ed il tema della formazione dell’Uomo, ma anche la musica ed il motociclismo nel mio tempo libero.
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